Archive for the ‘diritti umani’ category

Quando l’exit strategy statunitense coincide con l’enter strategy talebana

8 dicembre 2010

Il 28 Gennaio di quest’anno si è svolta la conferenza di Londra a cui hanno partecipato i rappresentanti delle comunità internazionali di 70 paesi, i ministri degli Esteri della missione Isaf, i rappresentanti di Onu, Ue, Usa, Nato, di alcuni paesi vicini all’Afghanistan e alcune istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario internazionale e diverse organizzazioni non governative. L’obiettivo della Conferenza avrebbe dovuto essere l’analisi della situazione afgana, la ricerca delle soluzioni per il ritiro delle forze internazionali, il passaggio delle consegne in tema di sicurezza alle forze afgane, e la ricerca di un dialogo con i talebani. L’ultimo punto in particolare è forse quello che ha destato maggiore attenzione.

A Londra si è parlato, infatti, di tendere una mano ai talebani che deporranno le armi, senza considerare il fatto che nessuno di questi terroristi ha mai dichiarato di voler partecipare al processo di “riconciliazione”. Nonostante questo, è stato persino approvato un fondo di 500 milioni di dollari per assicurare “un posto dignitoso nella società a coloro che rinunceranno alla violenza, parteciperanno alla società civile e rispetteranno i principi della costituzione afghana, taglieranno i propri legami con Al-Qaeda e altri gruppi terroristici e perseguiranno i propri obiettivi politici in maniera pacifica”. I talebani tuttavia sembrano non aver apprezzato ed hanno anzi definito la confrenza uno “strumento di propaganda che non avrà risultati”.

Forte dell’appoggio internazionale, il 18 settembre di quest’anno a Kabul il Presidente afghano Hamid Karzai ha deciso di istituire l’Alto Consiglio per la pace, il cui scopo ufficiale sarebbe quello di creare un dialogo e dare il via alle trattative con i talebani, affinché cessino le ostilità con il governo. Per favorire il “processo di pace”, inoltre, Karzai ha promesso ai talebani che deporranno le armi denaro, posti di lavoro, case e una scorta per la loro protezione, insomma una vincita al lotto. Molte critiche sono state mosse al riguardo soprattutto per quanto concerne la composizione dell’istituzione che a quanto pare conta tra i suoi membri loschi personaggi accusati di violazione dei diritti umani e crimini di guerra. Nulla di nuovo considerando le amicizie del Presidente Karzai. Un giornale di Kabul afferma che “i membri dell’ HPC (High peace Council) hanno più esperienza con la guerra che con la pace”. Il consiglio è composto di 68 membri di cui otto donne, dodici dei suoi componenti hanno ricoperto incarichi nel governo dell’Emirato talebano tra il 1996 il 2001.

Da parte loro i talebani affermano di non voler aprire alcuna trattativa, almeno fino a quando tutte le truppe straniere non avranno abbandonato il Paese. Risulta infatti ben noto a chiunque conosca un minimo la storia dell’Afghanistan, che gli estremisti islamici accetteranno la “riconciliazione” solo quando saranno certi di poter prendere nuovamente il controllo sull’intero paese. Gli Stati Uniti hanno già espresso il loro sostegno per appoggiare le trattative tra l’HPC e i terroristi talebani che a detta loro “abbandoneranno le armi”. Gli Stati Uniti hanno quindi deciso di appoggiare un progetto, che da un lato permetterebbe loro di uscire dal pantano afghano con le mani “pulite” e dall’altro permettere ai talebani di far precipitare nuovamente il paese in quel regime oscurantista e barbarico che precedette il 2001.

L’amministrazione Obama, inoltre, sta di fatto avvallando i negoziati tra Karzai e i talebani suoi fratelli (come li ha definiti egli stesso) , apertamente mediati dai vertici militari pakistani.
Ma come è possibile che persone che si fanno esplodere per aria, che gettano l’acido in faccia alle donne, che avvelenano le ragazzine che vanno a scuola, che uccidono civili, persone di etnia differente dalla loro (cioè non pashto), membri del governo ed operatori umanitari possano esser reinseriti nella società afghana?La risposta non è presente nella retorica del fare pace a tutti i costi dell’Alto consiglio per la pace.

E soprattutto cosa ne pensa la popolazione afghana di tutto questo? Certamente alcune persone crederanno al nobile scopo, ma le etnie non pashto sono alquanto scettiche e preoccupate al riguardo, esse sanno infatti che se l’HCP ottenesse risultati concreti per loro sarebbe la fine. Il presidente Karzai e gli insorti infatti, appartengono tutti all’etnia pashto, i cui esponenti politici e militari da centinaia di anni tentano di eliminare le altre etnie dall’Afghanistan operando sistematiche opere di genocidio, ora cosa accadrebbe loro se il paese tornasse nelle loro mani? Il pericolo di una guerra civile, a questo punto è ormai più che una temibile ipotesi.
Ecco alcuni dei membri dell’Alto Consiglio per la Pace:

Sibghatullah Mujaddedi: presidente della Loya Jirga costituzionale a proposito dei diritti umani e civili: «Dobbiamo tutti rispettare il voto. Le donne sono libere di votare per gli uomini. Gli uomini sono liberi di votare per le donne. Non possiamo fare questa separazione … Ma non cercate di porvi allo stello livello degli uomini. Dio stesso non vi ha concesso gli stessi diritti perché nel suo disegno due donne valgono quanto un uomo» The New York Times.

Abdul al-Rasul Sayyaf: militante fondamentalista di matrice islamica afghano pashton. Negli anni Ottanta ha preso parte alla guerra contro il governo del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) guidando una fazione dei Mujahedin dell’Unione Islamica per la Liberazione dell’Afghanistan. Durante tale guerra, ha ricevuto il sostegno e l’aiuto di volontari arabi che finanziarono i suoi Mujahedin. Si dice inoltre che Sayyaf sia stato il primo ad aver invitato Osama bin Laden in Afghanistan. Egli è responsabile della formazione delle reclute di Al-Qaeda in Afghanistan e dell’uccisione di massa di civili. Nel 1993, durante la guerra civile afghana, la fazione di Sayyaf fu responsabile di aver compiuto “ripetuti massacri umani”, quando i suoi mujahidin si scagliarono contro i gruppi minoritari sciiti. Sayyaf è ritenuto a ragione essere uno dei più spietati criminali di guerra della storia afghana.

Arsala Rahmani: funzionario di alto livello del ministero degli affari religiosi durante il regime talebano. Impose severe restrizioni delle libertà fondamentali, in particolare e soprattutto per le donne.

Sher Muhammad Akhunzada: attualmente governatore della provincia di Helmand, è legato ai recenti abusi commessi dalle forze armate sotto il suo controllo, compresi quelli perpetrati nelle prigioni private.

Burhanuddin Rabbani: è stato presidente dell’Afghanistan dal 1992 al 1996. Nel 1992 Rabbani lanciò un’ offensiva su Hizb-e Wahdat, partito unico nato come movimento di opposizione. Amnesty International ha successivamente riferito che in quest’offensiva vennero uccisi civili disarmati e moltissime furono le donne che vennero violentate. Nel febbraio del 1993, inoltre, centinaia di residenti Hazara, nel quartiere di West Afshar Kabul sono stati massacrati dalle forze governative sotto la direzione di Rabbani e Massoud suo capo comandante.

Rapporto Unhcr:

Ayatullah Sheikh Asif Mohsini: L’Ayatullah Sheikh Asif Mohsini fu uno dei responsabili della “legge sulla famiglia shiita” con cui Karzai legalizzò lo stupro coniugale nel 2009. Con questa legge il Presidente Karzai poté infatti accontentare l’ayatollah, assicurandosi così i voti dei fondamentalisti sciiti da lui rappresentati alle elezioni presidenziali. La legge prevede che “la donna debba essere pronta per il sesso ogni volta che il marito lo richieda. In caso contrario il marito è legittimato a privare la moglie “disobbediente” del cibo.”

E’ previsto inoltre il divieto per le donne di uscire di casa senza il marito. Mohsini è anche accusato di aver violentato una ragazzina a Mashhad in Iran. Quando la notizia dell’accaduto giunse in Afghanistan, Mohsini, 64 anni per “salvare” l’onore della famiglia sposò la ragazzina che all’epoca aveva 14 anni. Mohsini afferma di aver sposato quattro donne, secondo la legge della sharia islamica. Il numero dei suoi matrimoni non-sharia, naturalmente non è noto.

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brutalità saudite: la storia di Sumiati e la condizione dei lavoratori stranieri in Arabia Saudita

8 dicembre 2010

Sumiati ha 23 anni, era partita dall’Indonesia come molte sue coetanee alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, ma come troppo spesso accade in Arabia Saudita, ciò che trovò, fu ben diverso. La ragazza lavorava come donna delle pulizie nella casa di uno sceicco arabo, quando dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con lui è stata brutalmente torturata.

Sumiati,quando dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con lui è stata brutalmente torturata.

Dall’8 Novembre Sumiati si trova all’ospedale di Medina dove è ricoverata in gravi condizioni fisiche e psicologiche. L’aguzzino le ha prima tagliato le labbra con una forbice, poi le ha sfregiato il volto e infine l’ha percossa violentemente con un bastone.
Moltissime sono le persone che ogni anno arrivano in Arabia Saudita in cerca di un lavoro, per lo più provengono dall’Indonesia, dal Pakistan, dall’India, dal Bangladesh e dallo Sri Lanka.
Amnesty International ha chiesto all’Arabia Saudita e agli altri paesi arabi di porre fine alle brutalità che vengono costantemente inflitte ai lavoratori stranieri ed in particolar modo alle donne.

Risulta tuttavia difficile credere che questo appello verrà ascoltato e che l’Arabia Saudita farà appello alla propria coscienza per evitare che queste brutalità, quantomeno, non rimangano una costante del Paese. Difficile crederlo, soprattutto alla luce del fatto che, almeno per quanto riguarda le donne, il paese vanta leggi discriminatorie e misogine come ad esempio quella che vieta alle donne di guidare l’automobile, di uscire di casa senza il marito e che impone loro di indossare il niqab (tipico indumento arabo che lascia scoperti solo gli occhi) per “difendere” il loro pudore.

Diversi inoltre sono i gruppi estremisti sunniti, come ad esempio il Wahbi, che impongono alle donne il divieto di andare a scuola e che dichiarano che ogni uomo dovrebbe avere almeno quattro donne il cui unico scopo sarebbe quello di fungere da serva e da macchina riproduttrice.

Ogniqualvolta il mondo occidentale si solleva in proteste e moti di solidarità nei confronti di donne condannate a morte ingiustamente e sottomesse da regimi islamici andrebbe ricordato loro che il triste primato di violenza sulle donne va all’Arabia Saudita e non all’Iran o al Pakistan.
Arabia Saudita che durante il regime talebano finanziò i taliban con 120 milioni di dollari al mese e che a tutt’oggi continua a finanziare terroristi.

Ma il Paese che galleggia sul greggio a quanto pare, e forse proprio per questo motivo, risulta essere inerme da ogni forma di contestazione occidentale.
Questo comunque è solo l’ultimo di una lunga serie di casi di abusi fisici che coinvolgono i lavoratori emigrati in Arabia Saudita e negli altri paesi arabi, vi è quindi da ritenere che Sumiati non sarà l’ultima vittima delle brutalità saudite.