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Quando l’exit strategy statunitense coincide con l’enter strategy talebana

8 dicembre 2010

Il 28 Gennaio di quest’anno si è svolta la conferenza di Londra a cui hanno partecipato i rappresentanti delle comunità internazionali di 70 paesi, i ministri degli Esteri della missione Isaf, i rappresentanti di Onu, Ue, Usa, Nato, di alcuni paesi vicini all’Afghanistan e alcune istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario internazionale e diverse organizzazioni non governative. L’obiettivo della Conferenza avrebbe dovuto essere l’analisi della situazione afgana, la ricerca delle soluzioni per il ritiro delle forze internazionali, il passaggio delle consegne in tema di sicurezza alle forze afgane, e la ricerca di un dialogo con i talebani. L’ultimo punto in particolare è forse quello che ha destato maggiore attenzione.

A Londra si è parlato, infatti, di tendere una mano ai talebani che deporranno le armi, senza considerare il fatto che nessuno di questi terroristi ha mai dichiarato di voler partecipare al processo di “riconciliazione”. Nonostante questo, è stato persino approvato un fondo di 500 milioni di dollari per assicurare “un posto dignitoso nella società a coloro che rinunceranno alla violenza, parteciperanno alla società civile e rispetteranno i principi della costituzione afghana, taglieranno i propri legami con Al-Qaeda e altri gruppi terroristici e perseguiranno i propri obiettivi politici in maniera pacifica”. I talebani tuttavia sembrano non aver apprezzato ed hanno anzi definito la confrenza uno “strumento di propaganda che non avrà risultati”.

Forte dell’appoggio internazionale, il 18 settembre di quest’anno a Kabul il Presidente afghano Hamid Karzai ha deciso di istituire l’Alto Consiglio per la pace, il cui scopo ufficiale sarebbe quello di creare un dialogo e dare il via alle trattative con i talebani, affinché cessino le ostilità con il governo. Per favorire il “processo di pace”, inoltre, Karzai ha promesso ai talebani che deporranno le armi denaro, posti di lavoro, case e una scorta per la loro protezione, insomma una vincita al lotto. Molte critiche sono state mosse al riguardo soprattutto per quanto concerne la composizione dell’istituzione che a quanto pare conta tra i suoi membri loschi personaggi accusati di violazione dei diritti umani e crimini di guerra. Nulla di nuovo considerando le amicizie del Presidente Karzai. Un giornale di Kabul afferma che “i membri dell’ HPC (High peace Council) hanno più esperienza con la guerra che con la pace”. Il consiglio è composto di 68 membri di cui otto donne, dodici dei suoi componenti hanno ricoperto incarichi nel governo dell’Emirato talebano tra il 1996 il 2001.

Da parte loro i talebani affermano di non voler aprire alcuna trattativa, almeno fino a quando tutte le truppe straniere non avranno abbandonato il Paese. Risulta infatti ben noto a chiunque conosca un minimo la storia dell’Afghanistan, che gli estremisti islamici accetteranno la “riconciliazione” solo quando saranno certi di poter prendere nuovamente il controllo sull’intero paese. Gli Stati Uniti hanno già espresso il loro sostegno per appoggiare le trattative tra l’HPC e i terroristi talebani che a detta loro “abbandoneranno le armi”. Gli Stati Uniti hanno quindi deciso di appoggiare un progetto, che da un lato permetterebbe loro di uscire dal pantano afghano con le mani “pulite” e dall’altro permettere ai talebani di far precipitare nuovamente il paese in quel regime oscurantista e barbarico che precedette il 2001.

L’amministrazione Obama, inoltre, sta di fatto avvallando i negoziati tra Karzai e i talebani suoi fratelli (come li ha definiti egli stesso) , apertamente mediati dai vertici militari pakistani.
Ma come è possibile che persone che si fanno esplodere per aria, che gettano l’acido in faccia alle donne, che avvelenano le ragazzine che vanno a scuola, che uccidono civili, persone di etnia differente dalla loro (cioè non pashto), membri del governo ed operatori umanitari possano esser reinseriti nella società afghana?La risposta non è presente nella retorica del fare pace a tutti i costi dell’Alto consiglio per la pace.

E soprattutto cosa ne pensa la popolazione afghana di tutto questo? Certamente alcune persone crederanno al nobile scopo, ma le etnie non pashto sono alquanto scettiche e preoccupate al riguardo, esse sanno infatti che se l’HCP ottenesse risultati concreti per loro sarebbe la fine. Il presidente Karzai e gli insorti infatti, appartengono tutti all’etnia pashto, i cui esponenti politici e militari da centinaia di anni tentano di eliminare le altre etnie dall’Afghanistan operando sistematiche opere di genocidio, ora cosa accadrebbe loro se il paese tornasse nelle loro mani? Il pericolo di una guerra civile, a questo punto è ormai più che una temibile ipotesi.
Ecco alcuni dei membri dell’Alto Consiglio per la Pace:

Sibghatullah Mujaddedi: presidente della Loya Jirga costituzionale a proposito dei diritti umani e civili: «Dobbiamo tutti rispettare il voto. Le donne sono libere di votare per gli uomini. Gli uomini sono liberi di votare per le donne. Non possiamo fare questa separazione … Ma non cercate di porvi allo stello livello degli uomini. Dio stesso non vi ha concesso gli stessi diritti perché nel suo disegno due donne valgono quanto un uomo» The New York Times.

Abdul al-Rasul Sayyaf: militante fondamentalista di matrice islamica afghano pashton. Negli anni Ottanta ha preso parte alla guerra contro il governo del Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA) guidando una fazione dei Mujahedin dell’Unione Islamica per la Liberazione dell’Afghanistan. Durante tale guerra, ha ricevuto il sostegno e l’aiuto di volontari arabi che finanziarono i suoi Mujahedin. Si dice inoltre che Sayyaf sia stato il primo ad aver invitato Osama bin Laden in Afghanistan. Egli è responsabile della formazione delle reclute di Al-Qaeda in Afghanistan e dell’uccisione di massa di civili. Nel 1993, durante la guerra civile afghana, la fazione di Sayyaf fu responsabile di aver compiuto “ripetuti massacri umani”, quando i suoi mujahidin si scagliarono contro i gruppi minoritari sciiti. Sayyaf è ritenuto a ragione essere uno dei più spietati criminali di guerra della storia afghana.

Arsala Rahmani: funzionario di alto livello del ministero degli affari religiosi durante il regime talebano. Impose severe restrizioni delle libertà fondamentali, in particolare e soprattutto per le donne.

Sher Muhammad Akhunzada: attualmente governatore della provincia di Helmand, è legato ai recenti abusi commessi dalle forze armate sotto il suo controllo, compresi quelli perpetrati nelle prigioni private.

Burhanuddin Rabbani: è stato presidente dell’Afghanistan dal 1992 al 1996. Nel 1992 Rabbani lanciò un’ offensiva su Hizb-e Wahdat, partito unico nato come movimento di opposizione. Amnesty International ha successivamente riferito che in quest’offensiva vennero uccisi civili disarmati e moltissime furono le donne che vennero violentate. Nel febbraio del 1993, inoltre, centinaia di residenti Hazara, nel quartiere di West Afshar Kabul sono stati massacrati dalle forze governative sotto la direzione di Rabbani e Massoud suo capo comandante.

Rapporto Unhcr:

Ayatullah Sheikh Asif Mohsini: L’Ayatullah Sheikh Asif Mohsini fu uno dei responsabili della “legge sulla famiglia shiita” con cui Karzai legalizzò lo stupro coniugale nel 2009. Con questa legge il Presidente Karzai poté infatti accontentare l’ayatollah, assicurandosi così i voti dei fondamentalisti sciiti da lui rappresentati alle elezioni presidenziali. La legge prevede che “la donna debba essere pronta per il sesso ogni volta che il marito lo richieda. In caso contrario il marito è legittimato a privare la moglie “disobbediente” del cibo.”

E’ previsto inoltre il divieto per le donne di uscire di casa senza il marito. Mohsini è anche accusato di aver violentato una ragazzina a Mashhad in Iran. Quando la notizia dell’accaduto giunse in Afghanistan, Mohsini, 64 anni per “salvare” l’onore della famiglia sposò la ragazzina che all’epoca aveva 14 anni. Mohsini afferma di aver sposato quattro donne, secondo la legge della sharia islamica. Il numero dei suoi matrimoni non-sharia, naturalmente non è noto.

brutalità saudite: la storia di Sumiati e la condizione dei lavoratori stranieri in Arabia Saudita

8 dicembre 2010

Sumiati ha 23 anni, era partita dall’Indonesia come molte sue coetanee alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, ma come troppo spesso accade in Arabia Saudita, ciò che trovò, fu ben diverso. La ragazza lavorava come donna delle pulizie nella casa di uno sceicco arabo, quando dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con lui è stata brutalmente torturata.

Sumiati,quando dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con lui è stata brutalmente torturata.

Dall’8 Novembre Sumiati si trova all’ospedale di Medina dove è ricoverata in gravi condizioni fisiche e psicologiche. L’aguzzino le ha prima tagliato le labbra con una forbice, poi le ha sfregiato il volto e infine l’ha percossa violentemente con un bastone.
Moltissime sono le persone che ogni anno arrivano in Arabia Saudita in cerca di un lavoro, per lo più provengono dall’Indonesia, dal Pakistan, dall’India, dal Bangladesh e dallo Sri Lanka.
Amnesty International ha chiesto all’Arabia Saudita e agli altri paesi arabi di porre fine alle brutalità che vengono costantemente inflitte ai lavoratori stranieri ed in particolar modo alle donne.

Risulta tuttavia difficile credere che questo appello verrà ascoltato e che l’Arabia Saudita farà appello alla propria coscienza per evitare che queste brutalità, quantomeno, non rimangano una costante del Paese. Difficile crederlo, soprattutto alla luce del fatto che, almeno per quanto riguarda le donne, il paese vanta leggi discriminatorie e misogine come ad esempio quella che vieta alle donne di guidare l’automobile, di uscire di casa senza il marito e che impone loro di indossare il niqab (tipico indumento arabo che lascia scoperti solo gli occhi) per “difendere” il loro pudore.

Diversi inoltre sono i gruppi estremisti sunniti, come ad esempio il Wahbi, che impongono alle donne il divieto di andare a scuola e che dichiarano che ogni uomo dovrebbe avere almeno quattro donne il cui unico scopo sarebbe quello di fungere da serva e da macchina riproduttrice.

Ogniqualvolta il mondo occidentale si solleva in proteste e moti di solidarità nei confronti di donne condannate a morte ingiustamente e sottomesse da regimi islamici andrebbe ricordato loro che il triste primato di violenza sulle donne va all’Arabia Saudita e non all’Iran o al Pakistan.
Arabia Saudita che durante il regime talebano finanziò i taliban con 120 milioni di dollari al mese e che a tutt’oggi continua a finanziare terroristi.

Ma il Paese che galleggia sul greggio a quanto pare, e forse proprio per questo motivo, risulta essere inerme da ogni forma di contestazione occidentale.
Questo comunque è solo l’ultimo di una lunga serie di casi di abusi fisici che coinvolgono i lavoratori emigrati in Arabia Saudita e negli altri paesi arabi, vi è quindi da ritenere che Sumiati non sarà l’ultima vittima delle brutalità saudite.

AFGHANISTAN: geografia, storia, problemi politici e sociali 1

19 luglio 2010

L’Afghanistan è un paese montuoso situato nell’Asia centrale, la cui rilevanza geopolitica all’interno del continente asiatico si è storicamente palesata.

Esso occupa una superficie di 652 255 chilometri quadrati, con una popolazione di 32 milioni di persone e può a ragione esser definito un paese multietnico. Tale composizione multietnica è stata fonte di arricchimento culturale ma anche di problematiche concernenti la vita politica del Paese. Sono state proprio

le divisioni etniche, infatti, a corroborare il controllo delle superpotenze orientali –

occidentali e a consentir loro l’instaurazione di governi autonomi.

In molteplici occasioni, inoltre, sono state le stesse superpotenze a fomentare conflitti tra etnie che avevano precedentemente trovato un modo di vivere pacificamente insieme.

Ogni fase della storia dell’Afghanistan è costellata di drammatici episodi come questo, gli interventi stranieri, infatti, hanno da sempre utilizzato le differenze etniche e religiose per scopi politici e strategici, giungendo talvolta a drammatici episodi di pulizia etnica.

Fino al 1747 l’Afghanistan era chiamato “Khorasan”, ma in quell’anno Ahmad Shah Durani dopo aver preso il potere decise di conferire al paese il nome della propria etnia.

Lingue ed etnie

In Afghanistan esistono circa 10 lingue con 31 differenti pronunce tra quelle

finora conosciute. Le più importanti sono: Farsi, Pashtu, Uzbeko, Turkmeno, Nuristano, Beluci e Pashaie.

I principali gruppi etnici, invece, sono i Pashtun, i Tajiki, gli Hazara e gli Uzbeki.

I Pashtun costituiscono il 36 % della popolazione, vivono in prevalenza al sud, parlano la lingua Pashtu e dal punto di vista religioso sono storicamente musulmani sunniti.

Essi mantengono il potere dal 1747 e in determinati periodi storici i loro maggiori esponenti hanno tentato di modificare o cancellare i diritti principali di chi non appartiene alla loro etnia. Per questo motivo in disparate occasioni le altre etnie, combatterono contro i Pashtun affrontando penose persecuzioni a sfondo razziale e tragiche uccisioni, al solo scopo di difendere la propria esistenza ed identità culturale.

Una parte dei Pashtun vive tuttora di nomadismo: ogni anno, con i primi caldi, all’inizio della primavera migrano dal sud verso le zone più verdi del nord dell’Afghanistan, attraversando con carri e greggi proprietà private e calpestando prepotentemente le terre coltivate dalle popolazioni stanziali.

Per questo motivo essi suscitano spesse volte, disagi e contese, che sfociano talvolta in macabri massacri.

Per i Pashtun nomadi, l’istruzione e l’educazione non sono rilevanti, mentre lo è invece per la popolazione residente nelle città.

Proprio a causa di tale noncuranza, nelle regioni da essi popolati anche i capi, gli ufficiali e i rappresentanti del governo sono in gran parte analfabeti.

I Tajiki vivono nelle regioni settentrionali dell’Afghanistan e costituiscono circa il 24% della popolazione. In passato i Tajiki come gli Hazara e gli Uzbeki sono stati perseguitati e discriminati per motivi razziali. Durante il primo governo di

Zaher Shah, la popolazione appartenente a quest’etnia è stata interamente deportata in alcune zone delle Regioni di Takhar e Kundez, affinché le loro terre potessero esser cedute ai Pashtun. I Tajiki discendono dagli Ariyan e sono di religione sunnita, la stessa dell’etnia Pashtun, particolare questo, che ha consentito loro di sopravvivere in molteplici occasioni.

Gli Hazara abitano nella regione centrale dell’Afghanistan e rappresentano più del 25% della popolazione, hanno caratteristiche somatiche affini ai popoli dell’Asia centrale. Alcuni storici sostengono che essi discendano direttamente dall’esercito di Gengis Khan. Quest’interpretazione della storia tuttavia è errata, in quanto gli Hazara vivevano in Afghanistan prima della conquista da parte dei Mongoli, anche se non vi è dubbio che essi abbiano tratti somatici somiglianti a quelli dei Mongoli, come del resto, molti abitanti dell’Asia centrale. Attaccati dai Mongoli, gli Hazara combatterono valorosamente, ma una volta sconfitti, nella loro regione rimase parte dell’esercito di Gengis Khan e ciò portò nel tempo alla compresenza e successiva mescolanza di vinti e vincitori.

In tempi antichi gli Hazara ebbero un governo indipendente e una dinastia di imperatori chiamati Sherane Bamiyan, la cui capitale era Welloyat Bamiyan. Prima della conquista araba dell’Afghanistan e dell’arrivo della religione islamica, questo popolo era di fede zoroastriana e successivamente buddista come testimoniavano le statue di Bamiyan distrutte dai Talebani nel 2001. Queste due grandi statue rupestri, una maschile alta 54 metri chiamata Salsal e l’altra femminile alta 36 metri, erano riconosciute tra le opere artistiche più importanti e rappresentative dell’identità culturale degli Hazara, nonché appartenenti all’eredità culturale umana.

In diverse occasioni, gli Hazara, sono stati oggetto di persecuzioni e massacrati dagli stessi loro governanti. Nel 1832, ad esempio, Abdurrahman Khan uccise il 62% degli Hazara ed anche nel periodo del regime talebano avvennero stragi nelle città di Bamiyan, Mazari Sharif, Ghazni e Kabul.

Tali nefandezze necessitano di rimanere nella storia con il loro nome: pulizia etnica e genocidio.

Gli Uzbeki discendono dalle tribù che nel VII secolo arrivarono in Afghanistan dalla Turchia, dall’ Azerbaijan e dall’Uzbekistan, ma col trascorrere del tempo essi vissero a fianco degli Hazara e stabilirono con loro buone relazioni sociali. Gli Uzbeki vivono nelle regioni settentrionali e presso i confini dei paesi dell’Asia centrale, parlano la lingua uzbeka (somigliante al turco) e costituiscono il 10% della popolazione dell’intero paese. Gli Uzbeki come gli Hazara e i Tajiki dopo la presa di potere da parte dei pashtun nel 1747, vivono come uomini di seconda categoria, senza aver mai potuto godere appieno dei diritti politici e sociali. Anche questo è uno dei fattori che tuttora alimentano la guerra nel paese, i gruppi etnici minoritari infatti, si sentono oppressi e aspirano a diventare cittadini afghani a pieni diritti, mentre il gruppo dominante cerca di mantenere per sé privilegi ereditati dai loro padri.

Divisione amministrativa dell’Afghanistan

Dal punto di vista amministrativo, l’Afghanistan è diviso in 34 regioni, chiamate “welloyat”. Anche tale divisione comporta discriminazioni, nella costituzione afghana infatti, le divisioni amministrative sono basate sul numero di abitanti, tuttavia, mentre le regioni del sud poco popolose sono abitate dai Pashtun, le altre hanno il doppio degli abitanti.

AFGHANISTAN: geografia, storia, problemi politici e sociali 2

19 luglio 2010

Dal punto di vista amministrativo, l’Afghanistan è diviso in 34 regioni, chiamate “welloyat”. Anche tale divisione comporta discriminazioni, nella costituzione afghana infatti, le divisioni amministrative sono basate sul numero di abitanti, tuttavia, mentre le regioni del sud poco popolose sono abitate dai Pashtun, le altre hanno il doppio degli abitanti.

Cultura, educazione e arte

Dal punto di vista culturale, l’Afghanistan è una delle regioni dell’Asia più ricche di testimonianze storiche e artistiche millenarie. Testimonianze di cui è colma, ad esempio, la città di Bamiyan. La regione di Mazari Sharif, invece, è considerata il centro della civiltà parsi. Questa città in tempi antichi era il più grande centro culturale, commerciale e artistico dell’Asia, ivi si espressero i più grandi filosofi e poeti del periodo. Tra i più celebri possiamo citare: Mavlana Jalaladin Mohammad Balkhi detto Rumi, poi Aburahiam Alberom e Abuali Senai Balkhi. In questa città vennero accolte ed ebbero modi di esprimersi anche grandi religioni orientali come lo Zoroastrismo e il Buddismo.

Dal punto di vista linguistico si ritiene che la lingua farsi sia nata proprio in questa zona. Testimonianze storiche riferiscono, infatti, che qui vigeva lo zoroastrismo e veniva perciò parlato l’Ostan, ovvero la lingua di Zoroastro. Col trascorrere del tempo, dal libro sacro di questa religione e da diverse contaminazioni linguistiche, prese origine la lingua parsi che successivamente si mutò in farsi. Per la lingua farsi, venne anche adottato un nuovo alfabeto, quello arabo, a cui vennero però apportate alcune modifiche. Questa grande città possiede tuttora le rovine del Tempio del fuoco che essendo un luogo storico e significativo per tutti gli zoroastriani, viene visitato da migliaia di persone ogni primavera. L’educazione in Afghanistan ebbe diverse fasi, ma c’è un tema condiviso da poeti, scrittori, ma anche dalla gente comune: è il tema dell’amore associato ad immagini di tristezza. Tutti i precetti ed i versi costituiscono veri e propri poemi che vennero e vengono tuttora utilizzati come veicolo d’istruzione.

La lingua farsi nata in Afghanistan è stata esportata anche in zone limitrofe e attualmente essa viene erroneamente chiamata “dari”. Durante il dominio Ottomano, infatti, questi chiamarono il farsi “dari” o “darbar” che significa lingua “pulita e chiara”. Essa era usata esclusivamente alla corte del re, ma partire dal 1747 i governatori pashtun impedirono il suo diffondersi, tentando addirittura ad inserirvi termini di origine araba.

*Attualmente in Afghanistan, parole di origine straniera e iraniana vengono utilizzate soprattutto nelle università, nelle scuole o negli orfanotrofi. Con il tempo, tuttavia, ostilità ed ignoranza  riuscirono a far credere alla gente che il farsi fosse diverso dal dari.

Ciò rappresenta un dolore per tutti coloro i quali parlano il farsi in Afghanistan, in quanto nessuno vuole veder spegnersi la propria cultura, lingua ed identità. L’Afghanistan è stata la culla della civiltà persiana, ma attualmente molte delle tracce e della storia di questa dolce lingua sono andate perdute. I politici e i governanti dell’Afghanistan hanno dapprima espresso nei confronti del farsi mera ostilità, per arrivare poi a vere e proprie discriminazioni, persecuzioni e stragi.

Per questo motivo oggi in tutto il mondo si apprezzano e in molte università si studiano le poesie di Mavlani, grande poeta divenuto famoso col nome di Rumi, mentre in Afghanistan la gente sa ben poco di lui. Fardowsi scrisse un libro di poesia epica intitolato Shahnama contenente 66 mila versi, la seconda composizione poetica al mondo per dimensioni, nella quale vengono descritti tutti gli eventi storici avvenuti nell’area geografica dell’Afghanistan, ma pochi sono interessati all’opera di questo grande autore. Dopo la rivoluzione comunista del 1978, nonostante le guerre perpetue, l’educazione e l’arte hanno compiuto passi importanti, molte opere nuove e preziose sono state prodotte in Afghanistan anche nel campo dell’arte moderna. Purtroppo, però, molti poeti e artisti contemporanei anni sono emigrati e quelli rimasti affogano nel fiume di sangue che inonda il paese, essi perciò trasformano in immagini i dolori e la tristezza di questo tempo. E’ in particolare la musica ad esprimere il dolore e la sofferenza interiore della popolazione afghana.

Opere preziose vengono prodotte anche in altri campi della cultura: dalla pittura, alla scultura, alla tessitura dei tappeti. Nella città di Bamiyan in alcuni negozi vi sono ancora meravigliose rappresentazioni di Buddha o rarissime pitture risalenti a 2000 anni fa. Esistono poi gigantesche statue di Buddha e altre statue situate nel nord dell’Afghanistan le quali dimostrano la rilevanza di questa forma d’arte nel paese.

La tessitura dei tappeti ha portato alla formazione di enormi mercati divenuti famosi proprio grazie alla vendita di questi oggetti. La tessitura dei tappeti costituisce per l’Afghanistan un aspetto rilevate per lo sviluppo interno del paese, infatti ogni anno vengono venduti 2,5 milioni  di metri cubi di tappeti.*

Musica e danza

La musica in Afghanistan ha una lunga tradizione. Da importanti documenti storici

risultano essere avvenuti continui contatti e scambi culturali, religiosi e linguistici con Iran, India e Asia centrale.

La nascita delle più antiche canzoni degli Ariya si può collocare in questa regione. Questo particolare genere musicale è definito bakhtari. Ancora oggi esso è praticato nelle regioni dell’Hindukush. La musica ariya-bakhtari ha dato origine alla musica indiana, iraniana e dell’Asia centrale.

Questo genere era in origine di carattere religioso ed accompagnava la preghiera, ma venne successivamente portata dagli Ariya in India e in Iran durante le loro migrazioni.

Cinema

Il cinema, purtroppo, non ha avuto grandi sviluppi a causa della guerra. Durante il Regime Talebano il cinema, infatti, era vietato. Vi fu addirittura il tentativo di distruggere ogni opera cinematografica, ma ciò venne scongiurato grazie all’amore per l’arte di  persone coraggiose. In particolare alcune produzioni televisive di stato, oggi a disposizione di tutti, senza di queste persone non lo sarebbero state.

Società, politica e migrazioni

La società afghana, in considerazione al numero e alle caratteristiche delle etnie è una società multiculturale con varie tipologie d’educazione.

Ogni etnia e tribù ha caratteristiche proprie ed ognuna di esse tenta di conservare le

proprie tradizioni.

La compresenza dei vari gruppi ha contribuito alla ricchezza culturale dell’intero paese. Il problema maggiore tuttavia è quello politico, in quanto uguaglianza e solidarietà risultano essere mere parole, mentre la realtà mostra diritti politici negati

agli appartenenti di etnie diverse da quella dominante.

*La causa di tale situazione è da ricercarsi nella mancanza di un equilibrio politico. Ciò ha così portato a continue guerre e all’ emigrazione di milioni di persone. Una prima emigrazione massiccia per motivi politici si ebbe negli anni 1891 e 1892, quando i superstiti dell’etnia hazara, perseguitati dall’oscurantismo di Abdurrahman Kan, emigrarono in Iran e Pakistan. Successivamente al golpe comunista del 1978 e all’inizio di molteplici guerre l’emigrazione s’intensificò. Molti componenti di partiti e gruppi contendenti, temendo la perdita del potere e la vendetta degli avversari, abbandonarono il paese ed emigrarono in varie parti del mondo. Dall’inizio della rivoluzione comunista, fino alla sua sconfitta e durante gli scontri tra i partiti della “guerra santa” quasi 7 milioni di persone hanno abbandonato l’Afghanistan. Nel 1992 dopo il crollo del governo comunista, i Mujahidin si autoproclamarono difensori della libertà e liberatori del paese e ricevettero armamenti ed aiuti economici dai pesi Occidentali e in maggior misura dall’America. Essi entrarono in Afghanistan dal Pakistan e dopo aver occupato la capitale Kabul portarono ad un inasprimento della guerra, bruciato case e provocando disumani bagni di sangue. A causa del loro egoismo e fanatismo etnico non furono in grado di costruire un governo provvisorio e nemmeno di stipulare un accordo tra i gruppi rivali, che cominciarono così ad occupare militarmente differenti zone del paese. I combattimenti s’intensificarono fomentati dalla paura dei mujahidin e delle interferenze straniere. Kabul, in particolare, divenne presto città di polvere e sangue, nella il 60 per cento degli abitanti trovò la morte e  i pochi sopravvissuti abbandonarono per sempre questa città. Nella guerra di Kabul vennero uccisi anche molti hazara. Ciò avvenne per mano  del partito unitario islamico guidato da Abdurrabrasul Sadiaf, di etnia pashtun, nominato direttamente da Osama Bin Laden con la protezione dell’Arabia Saudita. Nel Febbraio del 1993, le forze militari di questo partito attaccarono la zona di Afshar, dove risiedevano solo hazara. Qui portarono morte e distruzione, massacrando più di 10 mila persone, comprese donne e bambini. La guerra dei mujahidin si trasferì poi da Kabul in altre zone e in questi quattro anni di guerre, 4 milioni di persone di diverse etnie fuggirono dall’Afghanistan.

Nel periodo del regime talebano, poi, l’emigrazione proseguì, poiché in ogni zona da loro governata, gli appartenenti ai gruppi etnici minoritari venivano colpiti e uccisi.

La caduta dei talebani sembrava avesse portato la fine della guerra in Afghanistan ed il governo provvisorio venne formato con l’appoggio dei 45 paesi arabi e il popolo afghano dopo 25 anni di guerra, emigrazione e povertà sperimentò nuovamente sentimenti e sensazioni di sicurezza e pace. Ma il ritorno della pace si mostrò essere ancora una volta un’utopia. Dopo l’entrata in Afghanistan delle forze militari dei 45 paesi arabi comandate dall’America, i talebani furono sconfitti in 27 giorni, ma non è passato molto tempo che la situazione politica è cambiata e il governo di Hamid Karzai, sotto il controllo dell’America, ha concesso il perdono a tutti i comandanti talebani e ha assegnato ad essi ruoli importanti nella politica del paese. Questa decisione è stata presa nonostante i delitti efferati compiuti dagli stessi. In tal modo l’ideologia fanatica venne ancora una volta rafforzata. I talebani, naturalmente trassero profitto da quest’occasione ed inserirono molti dei loro rappresentanti militari, politici e amministrativi nel nuovo ed inesperto governo di Karzai. Successivamente all’insediamento dei talebani nel governo, gli ordini amministrativi del paese vennero presi in grande autonomia e i dirigenti e comandanti scelti da Karzai nelle varie città iniziarono a distribuire armi e a ricostituire gruppi armati alle loro dipendenze.

D’altra parte l’America e gli altri paesi europei di fronte a questa follia, per convenienza, hanno preferito tacere e rimanere indifferenti.

La presenza di militari stranieri ha fatto conoscere sentire la gente al sicuro solo per un anno, poi è di nuovo ripresa la guerra con l’aggiunta di attacchi strategici  e uccisioni. Nel momento in cui sembrava arrivata la pace, l’Afghanistan cominciò nuovamente ad affogare in un bagno di sangue e la sua storia si trasformò ben presto in un grande enigma a cui nessuno sa più trovare una soluzione. Negli ultimi otto anni guerre sanguinose ed emigrazioni continue hanno portato la popolazione afghana sull’orlo del precipizio, annientando in tal modo qualsiasi tipo di ordine sociale.  In questi anni, 54 miliardi di dollari sono stati spesi per riportare “l’ordine e la pace” nel Paese, ma i cambiamenti non sono a tuttora visibili. La situazione è talmente grave e priva di speranza che addirittura bambini di 9 anni per aver salva la vita fuggono da questo paese, diretti verso l’Europa o altri paesi. Molti di loro annegano in mare o muoiono schiacciati sotto i tir. Milioni di innocenti a causa della guerra sono al centro di combattimenti tra talebani e forze militari straniere. La presenza di uomini armati in ogni città e paese spinge ad abbandonare l’Afghanistan. Ma nessuno finora sembra aver realmente capito la gravità di questi problemi.

Per esempio in Italia vivono 4 mila  emigrati afghani e d’altra parte l’Italia è impegnata direttamente con suoi militari in alcune zone dell’Afghanistan. Ma se l’impegno di aiuto da parte dei paesi europei è reale, gli emigrati che arrivano credendo e confidando in queste parole non dovrebbero essere considerati dei vagabondi, ma degli ambasciatori che cercano pace e sicurezza per il

proprio paese, che hanno percorso migliaia di chilometri di strade pericolose e sono arrivati non solo per salvare la propria vita ma per portare un messaggio del proprio popolo. Questo messaggio vuol riferire che il popolo Afghano è stanco della guerra, che ogni giorno desiderano e pensano ad una soluzione di pace, che essi possono essere i protettori dei diritti umani, della libertà e della democrazia. Purtroppo

siamo costretti a constatare che all’arrivo di questi giovani in Europa,

le loro parole ed il loro messaggio rimangono inascoltati, così come i profondi e reali problemi dell’Afganistan.

AFGHANISTAN: geografia, storia, problemi politici e sociali

19 luglio 2010

L’Afghanistan è un paese montuoso situato nell’Asia centrale, la cui rilevanza geopolitica all’interno del continente asiatico si è storicamente palesata.

Esso occupa una superficie di 652 255 chilometri quadrati, con una popolazione di 32 milioni di persone e può a ragione esser definito un paese multietnico. Tale composizione multietnica è stata fonte di arricchimento culturale ma anche di problematiche concernenti la vita politica del Paese. Sono state proprio

le divisioni etniche, infatti, a corroborare il controllo delle superpotenze orientali –

occidentali e a consentir loro l’instaurazione di governi autonomi.

In molteplici occasioni, inoltre, sono state le stesse superpotenze a fomentare conflitti tra etnie che avevano precedentemente trovato un modo di vivere pacificamente insieme.

Ogni fase della storia dell’Afghanistan è costellata di drammatici episodi come questo, gli interventi stranieri, infatti, hanno da sempre utilizzato le differenze etniche e religiose per scopi politici e strategici, giungendo talvolta a drammatici episodi di pulizia etnica.

Fino al 1747 l’Afghanistan era chiamato “Khorasan”, ma in quell’anno Ahmad Shah Durani dopo aver preso il potere decise di conferire al paese il nome della propria etnia.

Lingue ed etnie

In Afghanistan esistono circa 10 lingue con 31 differenti pronunce tra quelle

finora conosciute. Le più importanti sono: Farsi, Pashtu, Uzbeko, Turkmeno, Nuristano, Beluci e Pashaie.

I principali gruppi etnici, invece, sono i Pashtun, i Tajiki, gli Hazara e gli Uzbeki.

I Pashtun costituiscono il 36 % della popolazione, vivono in prevalenza al sud, parlano la lingua Pashtu e dal punto di vista religioso sono storicamente musulmani sunniti.

Essi mantengono il potere dal 1747 e in determinati periodi storici i loro maggiori esponenti hanno tentato di modificare o cancellare i diritti principali di chi non appartiene alla loro etnia. Per questo motivo in disparate occasioni le altre etnie, combatterono contro i Pashtun affrontando penose persecuzioni a sfondo razziale e tragiche uccisioni, al solo scopo di difendere la propria esistenza ed identità culturale.

Una parte dei Pashtun vive tuttora di nomadismo: ogni anno, con i primi caldi, all’inizio della primavera migrano dal sud verso le zone più verdi del nord dell’Afghanistan, attraversando con carri e greggi proprietà private e calpestando prepotentemente le terre coltivate dalle popolazioni stanziali.

Per questo motivo essi suscitano spesse volte, disagi e contese, che sfociano talvolta in macabri massacri.

Per i Pashtun nomadi, l’istruzione e l’educazione non sono rilevanti, mentre lo è invece per la popolazione residente nelle città.

Proprio a causa di tale noncuranza, nelle regioni da essi popolati anche i capi, gli ufficiali e i rappresentanti del governo sono in gran parte analfabeti.

I Tajiki vivono nelle regioni settentrionali dell’Afghanistan e costituiscono circa il 24% della popolazione. In passato i Tajiki come gli Hazara e gli Uzbeki sono stati perseguitati e discriminati per motivi razziali. Durante il primo governo di

Zaher Shah, la popolazione appartenente a quest’etnia è stata interamente deportata in alcune zone delle Regioni di Takhar e Kundez, affinché le loro terre potessero esser cedute ai Pashtun. I Tajiki discendono dagli Ariyan e sono di religione sunnita, la stessa dell’etnia Pashtun, particolare questo, che ha consentito loro di sopravvivere in molteplici occasioni.

Gli Hazara abitano nella regione centrale dell’Afghanistan e rappresentano più del 25% della popolazione, hanno caratteristiche somatiche affini ai popoli dell’Asia centrale. Alcuni storici sostengono che essi discendano direttamente dall’esercito di Gengis Khan. Quest’interpretazione della storia tuttavia è errata, in quanto gli Hazara vivevano in Afghanistan prima della conquista da parte dei Mongoli, anche se non vi è dubbio che essi abbiano tratti somatici somiglianti a quelli dei Mongoli, come del resto, molti abitanti dell’Asia centrale. Attaccati dai Mongoli, gli Hazara combatterono valorosamente, ma una volta sconfitti, nella loro regione rimase parte dell’esercito di Gengis Khan e ciò portò nel tempo alla compresenza e successiva mescolanza di vinti e vincitori.

In tempi antichi gli Hazara ebbero un governo indipendente e una dinastia di imperatori chiamati Sherane Bamiyan, la cui capitale era Welloyat Bamiyan. Prima della conquista araba dell’Afghanistan e dell’arrivo della religione islamica, questo popolo era di fede zoroastriana e successivamente buddista come testimoniavano le statue di Bamiyan distrutte dai Talebani nel 2001. Queste due grandi statue rupestri, una maschile alta 54 metri chiamata Salsal e l’altra femminile alta 36 metri, erano riconosciute tra le opere artistiche più importanti e rappresentative dell’identità culturale degli Hazara, nonché appartenenti all’eredità culturale umana.

In diverse occasioni, gli Hazara, sono stati oggetto di persecuzioni e massacrati dagli stessi loro governanti. Nel 1832, ad esempio, Abdurrahman Khan uccise il 62% degli Hazara ed anche nel periodo del regime talebano avvennero stragi nelle città di Bamiyan, Mazari Sharif, Ghazni e Kabul.

Tali nefandezze necessitano di rimanere nella storia con il loro nome: pulizia etnica e genocidio.

Gli Uzbeki discendono dalle tribù che nel VII secolo arrivarono in Afghanistan dalla Turchia, dall’ Azerbaijan e dall’Uzbekistan, ma col trascorrere del tempo essi vissero a fianco degli Hazara e stabilirono con loro buone relazioni sociali. Gli Uzbeki vivono nelle regioni settentrionali e presso i confini dei paesi dell’Asia centrale, parlano la lingua uzbeka (somigliante al turco) e costituiscono il 10% della popolazione dell’intero paese. Gli Uzbeki come gli Hazara e i Tajiki dopo la presa di potere da parte dei pashtun nel 1747, vivono come uomini di seconda categoria, senza aver mai potuto godere appieno dei diritti politici e sociali. Anche questo è uno dei fattori che tuttora alimentano la guerra nel paese, i gruppi etnici minoritari infatti, si sentono oppressi e aspirano a diventare cittadini afghani a pieni diritti, mentre il gruppo dominante cerca di mantenere per sé privilegi ereditati dai loro padri.