brutalità saudite: la storia di Sumiati e la condizione dei lavoratori stranieri in Arabia Saudita

Sumiati ha 23 anni, era partita dall’Indonesia come molte sue coetanee alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, ma come troppo spesso accade in Arabia Saudita, ciò che trovò, fu ben diverso. La ragazza lavorava come donna delle pulizie nella casa di uno sceicco arabo, quando dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con lui è stata brutalmente torturata.

Sumiati,quando dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con lui è stata brutalmente torturata.

Dall’8 Novembre Sumiati si trova all’ospedale di Medina dove è ricoverata in gravi condizioni fisiche e psicologiche. L’aguzzino le ha prima tagliato le labbra con una forbice, poi le ha sfregiato il volto e infine l’ha percossa violentemente con un bastone.
Moltissime sono le persone che ogni anno arrivano in Arabia Saudita in cerca di un lavoro, per lo più provengono dall’Indonesia, dal Pakistan, dall’India, dal Bangladesh e dallo Sri Lanka.
Amnesty International ha chiesto all’Arabia Saudita e agli altri paesi arabi di porre fine alle brutalità che vengono costantemente inflitte ai lavoratori stranieri ed in particolar modo alle donne.

Risulta tuttavia difficile credere che questo appello verrà ascoltato e che l’Arabia Saudita farà appello alla propria coscienza per evitare che queste brutalità, quantomeno, non rimangano una costante del Paese. Difficile crederlo, soprattutto alla luce del fatto che, almeno per quanto riguarda le donne, il paese vanta leggi discriminatorie e misogine come ad esempio quella che vieta alle donne di guidare l’automobile, di uscire di casa senza il marito e che impone loro di indossare il niqab (tipico indumento arabo che lascia scoperti solo gli occhi) per “difendere” il loro pudore.

Diversi inoltre sono i gruppi estremisti sunniti, come ad esempio il Wahbi, che impongono alle donne il divieto di andare a scuola e che dichiarano che ogni uomo dovrebbe avere almeno quattro donne il cui unico scopo sarebbe quello di fungere da serva e da macchina riproduttrice.

Ogniqualvolta il mondo occidentale si solleva in proteste e moti di solidarità nei confronti di donne condannate a morte ingiustamente e sottomesse da regimi islamici andrebbe ricordato loro che il triste primato di violenza sulle donne va all’Arabia Saudita e non all’Iran o al Pakistan.
Arabia Saudita che durante il regime talebano finanziò i taliban con 120 milioni di dollari al mese e che a tutt’oggi continua a finanziare terroristi.

Ma il Paese che galleggia sul greggio a quanto pare, e forse proprio per questo motivo, risulta essere inerme da ogni forma di contestazione occidentale.
Questo comunque è solo l’ultimo di una lunga serie di casi di abusi fisici che coinvolgono i lavoratori emigrati in Arabia Saudita e negli altri paesi arabi, vi è quindi da ritenere che Sumiati non sarà l’ultima vittima delle brutalità saudite.

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